
martedì 30 giugno 2015
La Grecia dice NO alla dittatura della Troika!
I fatti li conosciamo. Dopo un lungo tira e molla tra Grecia ed Unione Europea, le trattative hanno subito un brusco stop. D'altronde non era difficile immaginare che un partito dal basso come Syriza, non avrebbe mai accettato le pretese oltraggiosamente umilianti avanzate dalla UE per continuare a finanziare aiuti e soldi.
Tsipras, si chiede come mai l'Europa aumenti sempre più le pretese sugli stati come la sua Grecia. "Vogliono in realtà togliere la speranza, far entrare gli stati in un giro vizioso dell'Euro".
"...con misure troppo pesanti da accettare, misure che qualsiasi Stato avrebbe difficoltà a rispettare".
In effetti tra le richieste proposte da Juncker e Merkel, c'era ad esempio togliere il bonus alle pensioni minime o aumentare l'IVA sul turismo dal 6% al 23%, facendo rincarare l'unico settore competitivo dell'industria greca a livello internazionale.
Ma ad essere prese di mira sono state anche le pensioni di anzianità tutt'ora fissate ad una età dignitosamente umana, ma che per la Troika andrebbero alzate a 67 anni, come nella maggior parte dell'Unione.
E se qualcuno storcesse il naso ripensando agli sprechi e agli errori commessi dai politici greci pre-Syriza, non è in ogni caso giusto che siano sempre i cittadini a pagare i loro errori.
Considerando che la Grecis influisce solo per il 2% sul PIL europeo, la Troika poteva chiudere un occhio e concedere il dilazionamento dei debiti con trance più esigue, ma forse la verità di questa linea dura è far cadere proprio Syriza, un governo antieuropeista e comunista che è scomodo per le politiche di questa Europa repressiva e capitalista.
Questa Europa che, ha mostrato di non essere quella comunità di stati alleati che si aiutano come nello spirito della CEE e la questione greca, ha finito per smascherare definitamente gli intenti dei leader che la guidano.
Repressione, poteri alle banche, depauperazione dei ceti più deboli, costo del lavoro quasi a livello da paesi-in-via-di-sviluppo e poi come ha detto sempre Tsipras "L'Europa vuole umiliare il popolo greco".
Il Presidente della Commisione Europea Juncker, ha affermato riguardo al rifiuto greco di non accettare il "piatto di fave", che "Hanno vinto i tatticismi e i populismi, ma l'Eurozona non è una partita a poker". Davvero molto duro ed incomprensibile nei confronti di uno stato che è grande quanto due regioni italiane ed ha appena 10 milioni di abitanti. Più fatalista invece è stata il cancelliere tedesco Angela Merkel che ha dichiarato come "Se l'euro fallisce, l'Europa fallisce".
E mentre la Grecia si prepara al referendum popolare indetto per il 5 luglio, l'Europa ed il mondo intero tremano per l'esito. Persino il Presidente Obama da Washington ha detto che sarebbe necessario rinegoziare il debito con Atene, ma pare che ormai a decidere sarà il popolo, come sempre dovrebbe essere.
Molti cittadini intervistati per le vie di Atene hanno detto: "Per entrare in questa Europa, nessuno ci chiese il nostro parere, ed adesso se restare ed uscire, decideremo noi".
Dopo un quindicennio di politiche fallimentari per l'Eurozona e spesso antidemocratiche, pare che la decisione di Tsipras di interpellare il popolo sia la più giusta.
Anzi, con un po' di enfasi, pare che qualcuno abbia finalmente applicato la "democrazia diretta", nata proprio in Grecia e messa da parte per due millenni da tutti i governati del pianeta.
E mentre la data del 5 luglio si avvicina, migliaia di cittadini greci si ritrovano in piazza di fronte al Parlamento per cantare "Bella Ciao", respirando forse l'aria di liberazione dalla Troika.
Non è servito nemmeno l'ultimo disperato tentativo di Juncker di addolcire le terribili pretese: la Grecia allo scadere del 30 giugno non pagherà la rata di 1,3 miliardi di euro al FMI e sarà considerata insolvente, avviando tutta una serie di procedure.
Il futuro della Grecia in default non sarà rose e fiori ma, se poi arrivassero gli aiuti dai BRICS con la neonata Banca dei Paesi in Via di Sviluppo, allora forse, la Grecia potrebbe rinascere.
a cura di Vito Di Paola
Tsipras, si chiede come mai l'Europa aumenti sempre più le pretese sugli stati come la sua Grecia. "Vogliono in realtà togliere la speranza, far entrare gli stati in un giro vizioso dell'Euro".
"...con misure troppo pesanti da accettare, misure che qualsiasi Stato avrebbe difficoltà a rispettare".
In effetti tra le richieste proposte da Juncker e Merkel, c'era ad esempio togliere il bonus alle pensioni minime o aumentare l'IVA sul turismo dal 6% al 23%, facendo rincarare l'unico settore competitivo dell'industria greca a livello internazionale.
Ma ad essere prese di mira sono state anche le pensioni di anzianità tutt'ora fissate ad una età dignitosamente umana, ma che per la Troika andrebbero alzate a 67 anni, come nella maggior parte dell'Unione.
E se qualcuno storcesse il naso ripensando agli sprechi e agli errori commessi dai politici greci pre-Syriza, non è in ogni caso giusto che siano sempre i cittadini a pagare i loro errori.
Considerando che la Grecis influisce solo per il 2% sul PIL europeo, la Troika poteva chiudere un occhio e concedere il dilazionamento dei debiti con trance più esigue, ma forse la verità di questa linea dura è far cadere proprio Syriza, un governo antieuropeista e comunista che è scomodo per le politiche di questa Europa repressiva e capitalista.
Questa Europa che, ha mostrato di non essere quella comunità di stati alleati che si aiutano come nello spirito della CEE e la questione greca, ha finito per smascherare definitamente gli intenti dei leader che la guidano.
Repressione, poteri alle banche, depauperazione dei ceti più deboli, costo del lavoro quasi a livello da paesi-in-via-di-sviluppo e poi come ha detto sempre Tsipras "L'Europa vuole umiliare il popolo greco".
Il Presidente della Commisione Europea Juncker, ha affermato riguardo al rifiuto greco di non accettare il "piatto di fave", che "Hanno vinto i tatticismi e i populismi, ma l'Eurozona non è una partita a poker". Davvero molto duro ed incomprensibile nei confronti di uno stato che è grande quanto due regioni italiane ed ha appena 10 milioni di abitanti. Più fatalista invece è stata il cancelliere tedesco Angela Merkel che ha dichiarato come "Se l'euro fallisce, l'Europa fallisce".
E mentre la Grecia si prepara al referendum popolare indetto per il 5 luglio, l'Europa ed il mondo intero tremano per l'esito. Persino il Presidente Obama da Washington ha detto che sarebbe necessario rinegoziare il debito con Atene, ma pare che ormai a decidere sarà il popolo, come sempre dovrebbe essere.
Molti cittadini intervistati per le vie di Atene hanno detto: "Per entrare in questa Europa, nessuno ci chiese il nostro parere, ed adesso se restare ed uscire, decideremo noi".
Dopo un quindicennio di politiche fallimentari per l'Eurozona e spesso antidemocratiche, pare che la decisione di Tsipras di interpellare il popolo sia la più giusta.
Anzi, con un po' di enfasi, pare che qualcuno abbia finalmente applicato la "democrazia diretta", nata proprio in Grecia e messa da parte per due millenni da tutti i governati del pianeta.
E mentre la data del 5 luglio si avvicina, migliaia di cittadini greci si ritrovano in piazza di fronte al Parlamento per cantare "Bella Ciao", respirando forse l'aria di liberazione dalla Troika.
Non è servito nemmeno l'ultimo disperato tentativo di Juncker di addolcire le terribili pretese: la Grecia allo scadere del 30 giugno non pagherà la rata di 1,3 miliardi di euro al FMI e sarà considerata insolvente, avviando tutta una serie di procedure.
Il futuro della Grecia in default non sarà rose e fiori ma, se poi arrivassero gli aiuti dai BRICS con la neonata Banca dei Paesi in Via di Sviluppo, allora forse, la Grecia potrebbe rinascere.
a cura di Vito Di Paola
giovedì 4 giugno 2015
Elezioni Regionali 2015: l'analisi

Le elezioni Regionali (e comunali) 2015 hanno comportato tre conseguenze politiche distinte per area di voto.
Il Centro Destra ha semplicemente ridistribuito i propri voti spostandoli da Forza Italia alla Lega Nord; Il Partito Democratico ha conquistato le 5 Regioni soprattutto grazie alla miriade di liste civiche aggregate ad esso, subendo tuttavia un incremento spaventoso sia in termini percentuali che in numero di voti effettivi; il Movimento Cinque Stelle invece ha fatto passi da gigante rispetto alle precedenti regionali sia in termini percentuali che di nuovi elettori acquisiti.
Il dato davvero incredibile è il secondo posto come partito singolo, nonostante siano stati candidati dei perfetti sconosciuti che hanno sostenuto la propria campagna elettorale con poche migliaia di euro, rispetto alle centinaia di migliaia di euro investiti dai partiti per i loro candidati.
Con l'insediamento dei tantissimi consiglieri eletti ed i centinaia di nuovi volti che si sono candidati, il M5S ha iniziato a stratificarsi sul territorio, ponendo le basi per quella che sarà probabilmente la nuova classe politica del futuro prossimo.
Queste elezioni hanno anche confermato il "modus operandi" dei singoli schieramenti.
Nel Centro Destra è stata sancita la fine del berlusconismo come lo conosciamo e lo spostamento dell'elettorato verso il leghismo di Salvini, un fenomeno probabilmente transitorio che vivrà fino a quando sarà sentito come risposta al problema degli extracomunitari e dei rom. Forza Italia ormai è in via di estinzione e i suoi dirigenti faranno velocemente il salto della quaglia verso la Lega e il PD, in attesa che Berlusconi rifondi un nuovo movimento attraente per i c.d. moderati divisi anche al sud grazie allo sgarro di Fitto.
Ma non fa in tempo ad insediarsi, che 4 dei 16 consiglieri dello schieramento di Toti risultano esser indagati dalla Procura di Genova per le spese pazze fatte in regione nella scorsa amministrazione.
Il PD non naviga in acque migliori con il renzismo che va affievolendosi dopo il boom delle europee, ma soprattutto fortemente diviso dalla minoranza interna ribelle e pronta a fare le scarpe al premier ad ogni occasione propizia.
Altra grossa tegola che ha alimentato le cronache di queste elezioni è stato il caso De Luca, ex sindaco di Salerno candidato alla presidenza della Regione Campania.
De Luca, reo di avere a suo carico una sfilza interminabile di capi di accusa legati alla malapolitica di carattere mafioso, è stato condannato nel luglio 2010 in primo grado dalla Corte dei conti (sezione giurisdizionale di Napoli), insieme all'ex-sindaco De Biase ad alcuni dirigenti comunali, per questioni inerenti agli stipendi dei dirigenti del Comune di Salerno.
A causa di questa condanna, la Legge Severino votata anche dal PD, impone che un condannato non possa essere eletto pur potendo si candidare.
L'errore politico commesso da Renzi nel favorire la sua candidatura, è abnorme ed ha mostrato anche agli occhi dei più miopi la falsità della sua finta rottamazione. Renzi infatti da presunto difensore del diritto e della legalità contro la vecchia politica, non ha fatto altro che contraddirsi e proporre figure a lui consone capaci di portare voti facili alle casse del partito.
A questo punto si interseca la sentenza della Commissione Antimafia del Parlamento, presieduta dal Rosi Bindi, tesserata, cofondatrice e senatrice storica del PD, che ha dichiarato De Luca ed altri candidati di vari schieramenti di destra e sinistra "incandidabili" ed impresentabili. Questa mossa avvenuta troppo a ridosso del silenzio pre-elettorale non ha mancato di fare scandalo nel Partito Democratico e nell'opinione pubblica, senza tuttavia scuotere gli elettori campani, che hanno ostinatamente votato De Luca. La mossa di Bindi è stata vista come vendetta politica nei confronti del candidato renziano, essendo lei acerrima nemica del premier.
In questo intreccio di interessi di potere, la politica non ha colto ancora una volta occasione di mostrare il peggio di sè, ma purtroppo il consenso elettorale nelle urne che ha premiato ancora una volta in tutte le sette regioni i soliti partiti e le liste civiche civetta ad essi annesse.
Sorge pertanto il dubbio che gli elettori siano poco informati sui giochi di partito e sui loro indagati candidati. E tra inciuci, indagati, condannati e impresentabili, nessuno poi cercherà ancora una volta di porre rimedio ai mali del Paese che lasciano sbigottiti, come la disoccupazione scesa di pochissimo al 12,4%, mentre quella giovanile si attesta intorno al 40% (nonostante i presunti miglioramenti microscopici dichiarati dall'ISTAT). La povertà sempre più diffusa ormai sfiora il 13%, ovvero circa 10 milioni di italiani.
In questo contesto, seppur le elezioni Regionali non abbiano rappresentato un test per il Governo, hanno però cambiato ancora le carte in tavole della politica e per certi versi rappresenteranno la fine dell'entusiasmo renzista post europee.
Il PD si è rivelato non invulnerabile, perdendo oltre due milioni di elettori e oltre 20% di consensi percentuali.
Il gradimento per il Premier Renzi va calando vertiginosamente, secondo i dati IPSOS ha raggiunto al ribasso il 37,8%, mai così in basso dal giorno della sua elezione e gli italiani sembrano non credere più alle sue promesse.
E visto che le tegole non cadono mai da sole, è notizia di poche ore fa, l'uscita dalla maggioranza dei "Popolari per l’Italia". Ad annunciarlo è stato il senatore del gruppo Gal, l’ex ministro Mario Mauro, presidente dei Popolari per l’Italia, motivando la scelta a causa delle «Riforme non condivise, condotte in modo improvvisato ed approssimativo, con una improvvida esaltazione del carattere monocolore dell'esecutivo sono alla base di una decisione che è innanzitutto un giudizio definitivo su una gestione politica che sta tenendo in stallo l’Italia, la sua economia e il suo bisogno di crescita».
I fuoriusciti andranno ad ingrossare le file del centro destra di opposizione.
La maggioranza adesso al Senato conta numeri davvero risicati, ma non è ancora in sfiducia e per arrivare ad esserlo, probabilmente dovremo attendere lo scatto del vitalizio dei parlamentari, a settembre 2015.
A cura di Di Paola Vito
Il dato davvero incredibile è il secondo posto come partito singolo, nonostante siano stati candidati dei perfetti sconosciuti che hanno sostenuto la propria campagna elettorale con poche migliaia di euro, rispetto alle centinaia di migliaia di euro investiti dai partiti per i loro candidati.
Con l'insediamento dei tantissimi consiglieri eletti ed i centinaia di nuovi volti che si sono candidati, il M5S ha iniziato a stratificarsi sul territorio, ponendo le basi per quella che sarà probabilmente la nuova classe politica del futuro prossimo.
Queste elezioni hanno anche confermato il "modus operandi" dei singoli schieramenti.
Nel Centro Destra è stata sancita la fine del berlusconismo come lo conosciamo e lo spostamento dell'elettorato verso il leghismo di Salvini, un fenomeno probabilmente transitorio che vivrà fino a quando sarà sentito come risposta al problema degli extracomunitari e dei rom. Forza Italia ormai è in via di estinzione e i suoi dirigenti faranno velocemente il salto della quaglia verso la Lega e il PD, in attesa che Berlusconi rifondi un nuovo movimento attraente per i c.d. moderati divisi anche al sud grazie allo sgarro di Fitto.
Ma non fa in tempo ad insediarsi, che 4 dei 16 consiglieri dello schieramento di Toti risultano esser indagati dalla Procura di Genova per le spese pazze fatte in regione nella scorsa amministrazione.
Il PD non naviga in acque migliori con il renzismo che va affievolendosi dopo il boom delle europee, ma soprattutto fortemente diviso dalla minoranza interna ribelle e pronta a fare le scarpe al premier ad ogni occasione propizia.
Altra grossa tegola che ha alimentato le cronache di queste elezioni è stato il caso De Luca, ex sindaco di Salerno candidato alla presidenza della Regione Campania.
De Luca, reo di avere a suo carico una sfilza interminabile di capi di accusa legati alla malapolitica di carattere mafioso, è stato condannato nel luglio 2010 in primo grado dalla Corte dei conti (sezione giurisdizionale di Napoli), insieme all'ex-sindaco De Biase ad alcuni dirigenti comunali, per questioni inerenti agli stipendi dei dirigenti del Comune di Salerno.
A causa di questa condanna, la Legge Severino votata anche dal PD, impone che un condannato non possa essere eletto pur potendo si candidare.
L'errore politico commesso da Renzi nel favorire la sua candidatura, è abnorme ed ha mostrato anche agli occhi dei più miopi la falsità della sua finta rottamazione. Renzi infatti da presunto difensore del diritto e della legalità contro la vecchia politica, non ha fatto altro che contraddirsi e proporre figure a lui consone capaci di portare voti facili alle casse del partito.
A questo punto si interseca la sentenza della Commissione Antimafia del Parlamento, presieduta dal Rosi Bindi, tesserata, cofondatrice e senatrice storica del PD, che ha dichiarato De Luca ed altri candidati di vari schieramenti di destra e sinistra "incandidabili" ed impresentabili. Questa mossa avvenuta troppo a ridosso del silenzio pre-elettorale non ha mancato di fare scandalo nel Partito Democratico e nell'opinione pubblica, senza tuttavia scuotere gli elettori campani, che hanno ostinatamente votato De Luca. La mossa di Bindi è stata vista come vendetta politica nei confronti del candidato renziano, essendo lei acerrima nemica del premier.
In questo intreccio di interessi di potere, la politica non ha colto ancora una volta occasione di mostrare il peggio di sè, ma purtroppo il consenso elettorale nelle urne che ha premiato ancora una volta in tutte le sette regioni i soliti partiti e le liste civiche civetta ad essi annesse.
Sorge pertanto il dubbio che gli elettori siano poco informati sui giochi di partito e sui loro indagati candidati. E tra inciuci, indagati, condannati e impresentabili, nessuno poi cercherà ancora una volta di porre rimedio ai mali del Paese che lasciano sbigottiti, come la disoccupazione scesa di pochissimo al 12,4%, mentre quella giovanile si attesta intorno al 40% (nonostante i presunti miglioramenti microscopici dichiarati dall'ISTAT). La povertà sempre più diffusa ormai sfiora il 13%, ovvero circa 10 milioni di italiani.
In questo contesto, seppur le elezioni Regionali non abbiano rappresentato un test per il Governo, hanno però cambiato ancora le carte in tavole della politica e per certi versi rappresenteranno la fine dell'entusiasmo renzista post europee.
Il PD si è rivelato non invulnerabile, perdendo oltre due milioni di elettori e oltre 20% di consensi percentuali.
Il gradimento per il Premier Renzi va calando vertiginosamente, secondo i dati IPSOS ha raggiunto al ribasso il 37,8%, mai così in basso dal giorno della sua elezione e gli italiani sembrano non credere più alle sue promesse.
E visto che le tegole non cadono mai da sole, è notizia di poche ore fa, l'uscita dalla maggioranza dei "Popolari per l’Italia". Ad annunciarlo è stato il senatore del gruppo Gal, l’ex ministro Mario Mauro, presidente dei Popolari per l’Italia, motivando la scelta a causa delle «Riforme non condivise, condotte in modo improvvisato ed approssimativo, con una improvvida esaltazione del carattere monocolore dell'esecutivo sono alla base di una decisione che è innanzitutto un giudizio definitivo su una gestione politica che sta tenendo in stallo l’Italia, la sua economia e il suo bisogno di crescita».
I fuoriusciti andranno ad ingrossare le file del centro destra di opposizione.
La maggioranza adesso al Senato conta numeri davvero risicati, ma non è ancora in sfiducia e per arrivare ad esserlo, probabilmente dovremo attendere lo scatto del vitalizio dei parlamentari, a settembre 2015.
A cura di Di Paola Vito
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