
Le elezioni Regionali (e comunali) 2015 hanno comportato tre conseguenze politiche distinte per area di voto.
Il Centro Destra ha semplicemente ridistribuito i propri voti spostandoli da Forza Italia alla Lega Nord; Il Partito Democratico ha conquistato le 5 Regioni soprattutto grazie alla miriade di liste civiche aggregate ad esso, subendo tuttavia un incremento spaventoso sia in termini percentuali che in numero di voti effettivi; il Movimento Cinque Stelle invece ha fatto passi da gigante rispetto alle precedenti regionali sia in termini percentuali che di nuovi elettori acquisiti.
Il dato davvero incredibile è il secondo posto come partito singolo, nonostante siano stati candidati dei perfetti sconosciuti che hanno sostenuto la propria campagna elettorale con poche migliaia di euro, rispetto alle centinaia di migliaia di euro investiti dai partiti per i loro candidati.
Con l'insediamento dei tantissimi consiglieri eletti ed i centinaia di nuovi volti che si sono candidati, il M5S ha iniziato a stratificarsi sul territorio, ponendo le basi per quella che sarà probabilmente la nuova classe politica del futuro prossimo.
Queste elezioni hanno anche confermato il "modus operandi" dei singoli schieramenti.
Nel Centro Destra è stata sancita la fine del berlusconismo come lo conosciamo e lo spostamento dell'elettorato verso il leghismo di Salvini, un fenomeno probabilmente transitorio che vivrà fino a quando sarà sentito come risposta al problema degli extracomunitari e dei rom. Forza Italia ormai è in via di estinzione e i suoi dirigenti faranno velocemente il salto della quaglia verso la Lega e il PD, in attesa che Berlusconi rifondi un nuovo movimento attraente per i c.d. moderati divisi anche al sud grazie allo sgarro di Fitto.
Ma non fa in tempo ad insediarsi, che 4 dei 16 consiglieri dello schieramento di Toti risultano esser indagati dalla Procura di Genova per le spese pazze fatte in regione nella scorsa amministrazione.
Il PD non naviga in acque migliori con il renzismo che va affievolendosi dopo il boom delle europee, ma soprattutto fortemente diviso dalla minoranza interna ribelle e pronta a fare le scarpe al premier ad ogni occasione propizia.
Altra grossa tegola che ha alimentato le cronache di queste elezioni è stato il caso De Luca, ex sindaco di Salerno candidato alla presidenza della Regione Campania.
De Luca, reo di avere a suo carico una sfilza interminabile di capi di accusa legati alla malapolitica di carattere mafioso, è stato condannato nel luglio 2010 in primo grado dalla Corte dei conti (sezione giurisdizionale di Napoli), insieme all'ex-sindaco De Biase ad alcuni dirigenti comunali, per questioni inerenti agli stipendi dei dirigenti del Comune di Salerno.
A causa di questa condanna, la Legge Severino votata anche dal PD, impone che un condannato non possa essere eletto pur potendo si candidare.
L'errore politico commesso da Renzi nel favorire la sua candidatura, è abnorme ed ha mostrato anche agli occhi dei più miopi la falsità della sua finta rottamazione. Renzi infatti da presunto difensore del diritto e della legalità contro la vecchia politica, non ha fatto altro che contraddirsi e proporre figure a lui consone capaci di portare voti facili alle casse del partito.
A questo punto si interseca la sentenza della Commissione Antimafia del Parlamento, presieduta dal Rosi Bindi, tesserata, cofondatrice e senatrice storica del PD, che ha dichiarato De Luca ed altri candidati di vari schieramenti di destra e sinistra "incandidabili" ed impresentabili. Questa mossa avvenuta troppo a ridosso del silenzio pre-elettorale non ha mancato di fare scandalo nel Partito Democratico e nell'opinione pubblica, senza tuttavia scuotere gli elettori campani, che hanno ostinatamente votato De Luca. La mossa di Bindi è stata vista come vendetta politica nei confronti del candidato renziano, essendo lei acerrima nemica del premier.
In questo intreccio di interessi di potere, la politica non ha colto ancora una volta occasione di mostrare il peggio di sè, ma purtroppo il consenso elettorale nelle urne che ha premiato ancora una volta in tutte le sette regioni i soliti partiti e le liste civiche civetta ad essi annesse.
Sorge pertanto il dubbio che gli elettori siano poco informati sui giochi di partito e sui loro indagati candidati. E tra inciuci, indagati, condannati e impresentabili, nessuno poi cercherà ancora una volta di porre rimedio ai mali del Paese che lasciano sbigottiti, come la disoccupazione scesa di pochissimo al 12,4%, mentre quella giovanile si attesta intorno al 40% (nonostante i presunti miglioramenti microscopici dichiarati dall'ISTAT). La povertà sempre più diffusa ormai sfiora il 13%, ovvero circa 10 milioni di italiani.
In questo contesto, seppur le elezioni Regionali non abbiano rappresentato un test per il Governo, hanno però cambiato ancora le carte in tavole della politica e per certi versi rappresenteranno la fine dell'entusiasmo renzista post europee.
Il PD si è rivelato non invulnerabile, perdendo oltre due milioni di elettori e oltre 20% di consensi percentuali.
Il gradimento per il Premier Renzi va calando vertiginosamente, secondo i dati IPSOS ha raggiunto al ribasso il 37,8%, mai così in basso dal giorno della sua elezione e gli italiani sembrano non credere più alle sue promesse.
E visto che le tegole non cadono mai da sole, è notizia di poche ore fa, l'uscita dalla maggioranza dei "Popolari per l’Italia". Ad annunciarlo è stato il senatore del gruppo Gal, l’ex ministro Mario Mauro, presidente dei Popolari per l’Italia, motivando la scelta a causa delle «Riforme non condivise, condotte in modo improvvisato ed approssimativo, con una improvvida esaltazione del carattere monocolore dell'esecutivo sono alla base di una decisione che è innanzitutto un giudizio definitivo su una gestione politica che sta tenendo in stallo l’Italia, la sua economia e il suo bisogno di crescita».
I fuoriusciti andranno ad ingrossare le file del centro destra di opposizione.
La maggioranza adesso al Senato conta numeri davvero risicati, ma non è ancora in sfiducia e per arrivare ad esserlo, probabilmente dovremo attendere lo scatto del vitalizio dei parlamentari, a settembre 2015.
A cura di Di Paola Vito
Il dato davvero incredibile è il secondo posto come partito singolo, nonostante siano stati candidati dei perfetti sconosciuti che hanno sostenuto la propria campagna elettorale con poche migliaia di euro, rispetto alle centinaia di migliaia di euro investiti dai partiti per i loro candidati.
Con l'insediamento dei tantissimi consiglieri eletti ed i centinaia di nuovi volti che si sono candidati, il M5S ha iniziato a stratificarsi sul territorio, ponendo le basi per quella che sarà probabilmente la nuova classe politica del futuro prossimo.
Queste elezioni hanno anche confermato il "modus operandi" dei singoli schieramenti.
Nel Centro Destra è stata sancita la fine del berlusconismo come lo conosciamo e lo spostamento dell'elettorato verso il leghismo di Salvini, un fenomeno probabilmente transitorio che vivrà fino a quando sarà sentito come risposta al problema degli extracomunitari e dei rom. Forza Italia ormai è in via di estinzione e i suoi dirigenti faranno velocemente il salto della quaglia verso la Lega e il PD, in attesa che Berlusconi rifondi un nuovo movimento attraente per i c.d. moderati divisi anche al sud grazie allo sgarro di Fitto.
Ma non fa in tempo ad insediarsi, che 4 dei 16 consiglieri dello schieramento di Toti risultano esser indagati dalla Procura di Genova per le spese pazze fatte in regione nella scorsa amministrazione.
Il PD non naviga in acque migliori con il renzismo che va affievolendosi dopo il boom delle europee, ma soprattutto fortemente diviso dalla minoranza interna ribelle e pronta a fare le scarpe al premier ad ogni occasione propizia.
Altra grossa tegola che ha alimentato le cronache di queste elezioni è stato il caso De Luca, ex sindaco di Salerno candidato alla presidenza della Regione Campania.
De Luca, reo di avere a suo carico una sfilza interminabile di capi di accusa legati alla malapolitica di carattere mafioso, è stato condannato nel luglio 2010 in primo grado dalla Corte dei conti (sezione giurisdizionale di Napoli), insieme all'ex-sindaco De Biase ad alcuni dirigenti comunali, per questioni inerenti agli stipendi dei dirigenti del Comune di Salerno.
A causa di questa condanna, la Legge Severino votata anche dal PD, impone che un condannato non possa essere eletto pur potendo si candidare.
L'errore politico commesso da Renzi nel favorire la sua candidatura, è abnorme ed ha mostrato anche agli occhi dei più miopi la falsità della sua finta rottamazione. Renzi infatti da presunto difensore del diritto e della legalità contro la vecchia politica, non ha fatto altro che contraddirsi e proporre figure a lui consone capaci di portare voti facili alle casse del partito.
A questo punto si interseca la sentenza della Commissione Antimafia del Parlamento, presieduta dal Rosi Bindi, tesserata, cofondatrice e senatrice storica del PD, che ha dichiarato De Luca ed altri candidati di vari schieramenti di destra e sinistra "incandidabili" ed impresentabili. Questa mossa avvenuta troppo a ridosso del silenzio pre-elettorale non ha mancato di fare scandalo nel Partito Democratico e nell'opinione pubblica, senza tuttavia scuotere gli elettori campani, che hanno ostinatamente votato De Luca. La mossa di Bindi è stata vista come vendetta politica nei confronti del candidato renziano, essendo lei acerrima nemica del premier.
In questo intreccio di interessi di potere, la politica non ha colto ancora una volta occasione di mostrare il peggio di sè, ma purtroppo il consenso elettorale nelle urne che ha premiato ancora una volta in tutte le sette regioni i soliti partiti e le liste civiche civetta ad essi annesse.
Sorge pertanto il dubbio che gli elettori siano poco informati sui giochi di partito e sui loro indagati candidati. E tra inciuci, indagati, condannati e impresentabili, nessuno poi cercherà ancora una volta di porre rimedio ai mali del Paese che lasciano sbigottiti, come la disoccupazione scesa di pochissimo al 12,4%, mentre quella giovanile si attesta intorno al 40% (nonostante i presunti miglioramenti microscopici dichiarati dall'ISTAT). La povertà sempre più diffusa ormai sfiora il 13%, ovvero circa 10 milioni di italiani.
In questo contesto, seppur le elezioni Regionali non abbiano rappresentato un test per il Governo, hanno però cambiato ancora le carte in tavole della politica e per certi versi rappresenteranno la fine dell'entusiasmo renzista post europee.
Il PD si è rivelato non invulnerabile, perdendo oltre due milioni di elettori e oltre 20% di consensi percentuali.
Il gradimento per il Premier Renzi va calando vertiginosamente, secondo i dati IPSOS ha raggiunto al ribasso il 37,8%, mai così in basso dal giorno della sua elezione e gli italiani sembrano non credere più alle sue promesse.
E visto che le tegole non cadono mai da sole, è notizia di poche ore fa, l'uscita dalla maggioranza dei "Popolari per l’Italia". Ad annunciarlo è stato il senatore del gruppo Gal, l’ex ministro Mario Mauro, presidente dei Popolari per l’Italia, motivando la scelta a causa delle «Riforme non condivise, condotte in modo improvvisato ed approssimativo, con una improvvida esaltazione del carattere monocolore dell'esecutivo sono alla base di una decisione che è innanzitutto un giudizio definitivo su una gestione politica che sta tenendo in stallo l’Italia, la sua economia e il suo bisogno di crescita».
I fuoriusciti andranno ad ingrossare le file del centro destra di opposizione.
La maggioranza adesso al Senato conta numeri davvero risicati, ma non è ancora in sfiducia e per arrivare ad esserlo, probabilmente dovremo attendere lo scatto del vitalizio dei parlamentari, a settembre 2015.
A cura di Di Paola Vito
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